Ci dicono: “E’ arrivata la crisi e bisogna stringere la cinghia!” Ma alcune cose non tornano. Quando mai i lavoratori hanno visto la ripresa? E’ da 20 anni che si tira la cinghia! Mancano le risorse per lo stato sociale, ma i soldi per finanziare a fondo perduto banche e multinazionali in crisi, non mancano mai! Questi soldi non cadono dal cielo, sono soldi della collettività che finiscono in tasca ai soliti noti, secondo la classica regola del “socializzare le perdite e privatizzare i profitti”.

La crisi deve esser pagata da chi l’ha provocata e da chi ha fatto enormi profitti durante la ripresa: occorre difendere l’occupazione ed il reddito con gli ammortizzatori sociali, con un salario ai disoccupati, con l’accesso gratuito ai servizi,  rilanciare un forte ruolo pubblico nelle politiche industriali, contrastare il carovita, aumentare salari e pensioni.

Intendiamo sostenere le lotte che vanno in questa direzione e creare reti di solidarietà, vere e proprie casse di resistenza intorno ai lavoratori licenziati, in cassa integrazione o discriminati per la loro attività sindacale (nel nostro territorio, ad esempio, la GKN ed il settore tessile): stiamo organizzando in queste settimane iniziative di autofinanziamento nelle case del popolo e nei centri di aggregazione sociale, e chiediamo agli enti locali concrete azioni di sostegno al reddito.

Sorte nell’800 per fronteggiare lo strapotere padronale, le casse di resistenza oggi tornano di attualità per contrastare l’attacco ai diritti ed al salario, secondo l’indicazione delle prime Camere del Lavoro: “Uniti siamo tutto, divisi siam canaglia!”